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Il mio nome è Luca

Questa è la mia breve presentazione, breve ma intensa per chi sa apprezzare le piccole cose e dare loro il giusto significato. Piacere di conoscerti, innanzitutto.

La scelta di redigere un blog segue una precisa Mission: condividere con voi le gioie e le amarezze, i sorrisi e i pianti che viviamo ogni giorno, attraverso delle riflessioni che partono dal mio vissuto intimo e personale per andare ad assorbire tutti coloro che sentono le stesse cose. Perché? Ho sempre sognato di diventare una specie di Robin Hood, ossia di rubare ai ricchi per dare ai poveri, ma in questo caso non intendo regalarvi dei soldi, piuttosto regalarvi dei momenti dove sarete voi stessi a cercare la ricchezza che si trova in voi sin dall’origine.

L’idea del blog nasce da prima dell’inizio della pandemia da Covid-19, ma proprio grazie a questo storico evento, sembrerà un paradosso, esso ha inesorabilmente preso vita. Sarà uno spazio per riflettere, per commuoversi, per ripensare, per creare e re-inventare noi stessi, alla luce di quella che sarà destinata ad essere una “nuova era”.

Perché lo faccio?

  • Perché sto crescendo con l’idea di dover dare qualcosa agli altri, qualcosa di estremamente utile e qualitativamente valido.
  • Perché nessuno ce l’ha mai fatta da solo.

Il blog girerà intorno a vari temi quali la crescita personale, lo sport, le abitudini giornaliere, la scuola, il lavoro. Tutto ciò che potrà esservi di gradito ascolto e utile potrà essere discusso.

Lo so che può sembrare assurda e addirittura egoistica come pretesa, ma date una chance a ciò che leggerete, alle parole che incontrerete. Provateci, almeno.

Ah, stavo quasi per dimenticare. Mi chiamo Luca, vivo a Pollenza, un piccolo paese in provincia di Macerata, nelle Marche, sono nato il 22 marzo 1994 e sono un educatore, diplomato al Liceo Linguistico, laureato in Scienze della Formazione e dell’Educazione presso l’Università di Macerata, atleta e allenatore nelle bocce. Sono anche appassionato di investimenti e finanza decentralizzata con approccio alle criptovalute.

Un folle.

QUELLO CHE (NON) SONO

Io della vita non c’ho mai capito un cazzo. Ma una cosa su tutte mi risulta altisonante: riuscire a osservare con maggiuore (“u”) accuratezza la vita degli altri rispetto alla propria. Che fenomeno è! Invece è una cosa assai gratificante.

Ma tu, in quest’epoca di mascheramenti social, fotogrammi istantanei ed esternazioni di una felicità, che in realtà è una “felicità puttana”, c’hai tempo di interpretarti? No, per sapé. C’è qualcuno che ha il segreto della felicità? Cos’è la felicità? Qualcuno dice la meta. Qualcuno ha confessato che la felicità non si raggiunge, ma è nel mentre, nel viaggio. Ma tornando al discorso: perché è più facile trovare soluzioni ai problemi degli altri, piuttosto che andare a fondo nei nostri? Trovo estremamente confuso il mio modo di pensare. Osservo, analizzo, cerco strategie per collegare le cose, poi le esperisco, poi però c’è qualcosa che non va e ricomincio a pensare. Poi divento euforico, sento il bisogno di fare tutto quello che risulta possibile ad un essere umano, poi me va male ‘na cosa e ricomincio il processo di analisi e problem solving. Poi ce penso, soffro, me metto sul letto e ragiono. Trovo un’altra soluzione (l’ennesima). Dopo cinque minuti cambio umore e me faccio ‘na corsa per ripulire la mente dalla sporcizia accumulata.

Non è semplice recuperare ciò che hai perso per strada. Una piccola soffiata di vento, basta quella. Non è facile individuare il problema e trovare le giuste strategie per risolverlo, anche perché la maggior parte delle volte il problema racchiude in sé altri problemi, i quali si ripercuotono sulle scelte di vita. Da soli è sempre difficile. Dicono che two is better than one. Credo sia vero. E’ molto più facile aiutare gli altri a risolvere i problemi o a capire come agire in determinate situazioni. Io credo che ognuno di noi abbia la possibilità di riuscire a risolvere i propri problemi, ma nel mio caso, forse, manca una cosa: il coraggio. Il coraggio di visualizzare ciò che realmente voglio e il coraggio di agire in tempi brevi. Ma la vita è già troppo veloce di suo. Per il momento non riesco a sta’ dietro. Lavoro, impegni, scadenze. Tutta ‘na guerra. Però trovo gratificante riuscire a dare qualcosa agli altri, che sia una parola, che sia un consiglio, che sia dedicare del tempo, che sia un momento di appurata felicità. Questo me fa sta bene. Ma arriverà il momento, domani o dopodomani o più in là dove so che raggiungerò un punto, anzi, “il” punto. Però una cosa positiva me sta a succede: c’è qualcuno che ha iniziato a osservarmi e c’è qualcuno di cui inizio a fidarmi veramente. Perché? Perché me guarda con sincerità, perché in fin dei conti ci sarà sempre qualcuno sulla tua stessa barca, sempre. E allora occorre dasse ‘na mano, soprattutto oggi. Occorre recuperare un briciolo di umanità e mettesse sulla testa che nessuno merita di essere ignorato. Se c’è un briciolo di speranza, questa risiede nella vostra capacità di influenzare ed essere influenzati. Dove se respira aria buona. Dove c’è un senso di leggerezza. Dove tutto te ricorda il bambino che eri, la storia che fu e te proietta a domani col sorriso in bocca, consapevole che sei quello che avresti voluto essere.

F.O.M.O. (FEAR OF MISSING OUT)

Letteralmente la “paura di rimanere fuori”, è un problema oggi considerato tra i più gravi tra i ragazzi e le ragazze, con conseguenze non di poco conto sulla salute morale e psichica.
Si nascondono dietro profili social (Instagram su tutti), i quali però non fanno altro che peggiorare il loro stato mentale, mostrando una realtà che per loro risulta “irraggiungibile”, nella quale non fanno altro che provare ad immedesimarsi agli altri, nelle loro stesse situazioni e nei loro stessi stati d’animo, ed “apparire” a questi ultimi cercando in qualche modo di essere ricompensati con un “mi piace”.
Non oso nemmeno immaginare quanta sofferenza ci sia dietro quei profili, dietro quegli atteggiamenti e dietro quella tremenda paura di non essere mai abbastanza per la società. La paura di non essere mai abbastanza. La nostalgia di non poter provare le sensazioni e sperimentare la felicità che sembrano invece accompagnare in maniera del tutto normale la vita degli altri. Sappiate che io sono uno di voi o, per meglio dire, il primo tra gli ultimi. Io so cosa significa essere dimenticati. So anche cosa significa essere vulnerabili. Ma so anche cosa si può provare a fare per non aver paura di essere tagliati fuori. Per caso senti di avere pochi amici? Non hai ancora trovato la tua passione? I tuoi genitori o qualche amico ti fa pesare le decisioni che hai preso nella tua vita?

Chiudi per un attimo gli occhi e ripensa al periodo più bello della tua vita: l’infanzia. Cosa ti piaceva fare? Come ti rapportavi agli altri? Cosa pensi ti sia stato proibito o cosa pensi ti sia mancato? Fai un bel respiro e pensa ai momenti più belli e riportali al tempo presente.
Ora, cosa pensi sia andato storto nel corso della tua vita? Cosa ti ha proibito di non essere la persona che oggi vorresti essere? C’è una situazione o evento particolare per cui vale la pena soffermarsi? Quali pensi siano state le scelte decisive, invece, che hanno fatto la differenza per le altre persone?
Ora ti dico io una cosa. Io credo che ogni persona che sperimenti in vita questo stato d’animo di estrema solitudine, incertezza e inquietudine sia una persona estremamente sensibile, creativa e addirittura motivata a migliorare la propria situazione, altrimenti non percepirebbe questo sintomo. Io credo che ogni persona si celi dietro un profilo social per la paura di essere tagliata fuori dalla realtà sia in realtà una persona con una voglia pazzesca di tirar fuori tutto il suo potenziale interno e quando parlo di potenziale intendo intelligenza, creatività, emozioni, passioni. La voglia di voler in qualche modo postare qualcosa, che sia una foto o una frase o una storia, o seguire qualcuno, per far in modo che si accorga della nostra presenza è una prova inconfutabile di aver voglia di vivere pienamente e mostrarsi al mondo. Come gli altri sperimentino la felicità o si divertano, a noi poco importa. Non sono gli altri che influenzano la qualità della nostra vita. Noi creiamo, noi alimentiamo e noi possiamo distruggere.
Aiutiamoci a vicenda. Recuperiamo il senso del dialogo tra persone. Recuperiamo la volontà di metterci in posizione di ascolto attivo e a servizio dell’altro. Non nascondiamoci dietro un “anonimo”. Rispondiamo sempre a chi sta cercando aiuto dietro un anonimato. Oggi come oggi conviene un po’ a tutti non rimanere fuori dalla realtà, visti i recenti eventi storici e politici e i futuri cambiamenti geo-politici, economici e finanziari. Anche perché il prossimo a dover sperimentare questa terribile sensazione potresti essere tu.

Ecco tre semplici consigli per utilizzare in maniera efficiente i social con l’obiettivo di trovare più sicurezza in sé stessi e sprigionare una nuova energia:

Utilizza i social per condividere le tue passioni e coltivare nuovi rapporti. Osserva ciò che fanno le persone che segui, fai conoscere agli altri le tue passioni. Commenta o mettiti in contatto con qualcuno nelle vicinanze e incontralo per sperimentare insieme. Se hai paura di metterti a nudo, ricordati che stai combattendo una battaglia molto grande e questo passo è necessario per imparare a difendersi per poi affondare il colpo!

Utilizza i social per condividere i tuoi pensieri. Non tenerti tutto dentro. Il corpo prima o poi ti lancerà dei segnali significativi e forse sarà troppo tardi per cercare delle soluzioni. Ansia, stress, sindrome depressiva sono nemici ai quali non va concesso nemmeno un centimetro. Fidati, troverai molte altre persone nella tua stessa condizione. Tira fuori te stesso, ora!

Utilizza i social per formarti con l’aiuto dei più grandi coach di crescita personale. Acquisisci consapevolezza e competenze con l’aiuto dei più grandi personaggi nel mondo della crescita personale. Segui le loro dirette e i loro corsi, sintonizzati con le loro storie e con quelle di altre migliaia di persone. Concediti l’opportunità di entrare dentro te stesso, di ripercorrere la tua storia e di costruire nuove fondamenta per il domani!

Chiunque tu sia,
Ti voglio bene

MI METTO A NUDO

L’arrivo della primavera ha un duplice effetto su di me: da una parte mi induce uno stato di debolezza fisica e tanto sonno, tanto che sto avendo difficoltà anche nel portare a termine piccole attività quotidiane, dall’altra parte è un momento a me caro in quanto la rinascita della natura, in ogni sua parte, mi inietta un grande spirito di fiducia per il futuro prossimo. Risulta anche vero che di primavere “buie” ne ho passate tante. Ed è proprio oggi e attraverso questo blog che ho deciso di mettermi a nudo e di raccontarvi in breve la battaglia che sto combattendo da molti anni.

Era una comune mattinata primaverile del 2015. Qualcosa non va, pensai subito. Versavo in uno stato di totale derealizzazione, che per chi non conoscesse il termine significa non essere più capaci di comprendere la realtà, con sintomi simili alle vertigini, mal di testa, un senso di stordimento e ansia incontrollata. In quel preciso istante, se avessi avuto gli strumenti necessari per interpretare e correggere eventualmente quella sintomatologia, come li ho ora, probabilmente la mia vita sarebbe stata diversa, o per lo meno migliore. Ero probabilmente caduto nel vortice di una sindrome pseudo depressiva, la quale ancora oggi fa paura e fa paura soprattutto raccontarla a qualcuno, perché si ha timore di essere giudicati o etichettati con termini come “inadeguato”, “asociale”, “problematico”. La sindrome depressiva o il disturbo d’ansia grave non deve essere considerato un ostacolo, ma una grande opportunità di crescita. Io personalmente l’ho capito molti anni dopo attraverso un percorso che mi ha portato a scavare nei meandri della mia psiche e del mio inconscio, a ricercare nel passato degli eventi o delle situazioni che hanno inciso profondamente col mio trascorso vitale. Ho avuto paura, lo ammetto. Paura di non farcela. Ma non ho mai pensato di mollare, nemmeno un minuto.

Non dovete vivere a caso. Ho iniziato sin da subito a studiare tutta la mia vita, i miei obiettivi, la mia mission, i miei valori, i rapporti sociali, lo sport, il lavoro e cercavo contemporaneamente di capire e interpretate i miei stati emotivi. Col tempo ho iniziato a praticare nuove attività, a confrontarmi con gente positiva, a trascorrere giornate intere meditando all’aria aperta. Ho iniziato a correre. Ho cercato di ritrovare la mia anima attraverso i ricordi puri dell’infanzia. Insomma, ho cercato di fare chiarezza su ciò che ero stato da bambino, su ciò che ero e su ciò che realmente avrei voluto essere. Ho iniziato a curarmi delle relazioni con gli altri sotto un altro punto di vista. Mi sono buttato in scelte di vita che mai mi sarei aspettato di fare. Insomma, ho cercato sempre di rimanere a galla nonostante la mia mente tendeva a spegnersi e a rimanere nella sua zona comfort facendomi affogare con essa. Ho dato una chiara impostazione alla mia vita. Ho iniziato a leggere libri sulla crescita personale e altri argomenti. Ho cercato nelle storie degli altri un rimando alla mia storia. Ho cercato nelle situazioni lavorative e sportive di trovare me stesso, nella pienezza e nella completezza.

Non dovete avere debiti di riconoscenza. Non dobbiamo nulla a nessuno. Possiamo fare qualcosa sì, ma qualcosa che non ci faccia sentire perennemente in debito: non siamo nati per fare del bene agli altri, ma per realizzare noi stessi. Dobbiamo sempre avere rispetto per chi ci troviamo davanti. Ma la cosa realmente importante è avere una mission chiara, degli obiettivi precisi da raggiungere. E se non li abbiamo dobbiamo trovarli e imporceli. Siamo nati per sperimentare la felicità e dobbiamo farlo con coraggio e determinazione. La difficoltà nasce sempre nel momento in cui creiamo un ostacolo nella nostra mente in risposta ad un pensiero o ad una situazione. Io incolpo i miei genitori di avermi ostacolato in molte scelte e li ringrazio per avermene concesse molte altre. Ma non perché sono i miei genitori debbo avere un certo debito di riconoscenza. Sono i miei genitori, basta questo. Vorrò loro sempre bene. Li accudirò quando sarà necessario. Ma non fanno parte delle scelte della mia vita.

Non paragonate mai la vostra vita a quella degli altri e non pensate che la vita degli altri sia migliore della vostra. Io ho fatto questo errore: ero ossessionato dal fatto che gli altri avessero una vita bella e io no, che loro fossero più fortunati ed io non abbastanza. La verità? La vita la creiamo noi, come decidiamo noi e come vogliamo noi. La maggior parte delle volte veniamo frenati dalla paura di non essere abbastanza: non ho una vita sociale perché non sono come gli altri! Ma cosa vuol dire? Come sono gli altri? Cosa fanno nella vita? Fanno qualcosa che ti piace? Bene allora cerca di studiarli, di attingere da loro le qualità migliori, di porre loro qualche domanda, di condividere con loro esperienze e pratica con loro qualche attività. Esistono molte più persone comprensive ed empatiche di quanto tu possa pensare. Ma non bisogna avere paura!

Conoscete ed acquisite competenze. La fame di conoscenza mi ha fornito ulteriore supporto nel momento in cui mi son trovato senza una sicurezza fondamentale: cosa avrei voluto fare nella mia vita. Ho deciso allora di iniziare a formarmi in diversi ambiti, ad acquisire per lo meno le competenze base per affrontare un determinato lavoro o risolvere semplicemente un problema quotidiano. Ho iniziato a fare, sbagliare e poi rifare nuovamente fino a quando non ero soddisfatto del livello raggiunto. Cercavo sempre la novità e in essa trovavo la motivazione giusta per andare avanti ed acquisire sicurezza. Quando meno me lo aspettavo, ho trovato la risposta a tutto. Sapevo cosa sarei voluto essere. Sapevo come fare per essere quello che avrei volto essere. Occorre essere affamati di conoscenza. Occorre anche essere un po’ folli. Occorre trovare ogni giorno un motivo valido per sopravvivere, anche quello più impensabile. Sarà proprio in quel momento che vi porterete ad un livello superiore di fiducia e consapevolezza! Fate nuove esperienze, scrivete a persone che non conoscete per nulla, esplorate nuovi stati d’animo. Insomma fate qualcosa, ma fatelo.

YOU (HAVE TO) MAKE THINGS HAPPEN

La motivazione è la “spinta ad agire per un motivo (obiettivo) preciso”.
Essa si divide in motivazione intrinseca e motivazione estrinseca, le quali non sono indipendenti, ma si trovano su un continuum che va dalla assoluta mancanza di motivazione (amotivation) al livello più alto di motivazione auto-determinata.

Un atleta motivato intrinsecamente deciderà di praticare un’attività sportiva per scelta personale, per il piacere di farlo, per l’appagamento e la soddisfazione che ne deriva, senza spinte provenienti dall’esterno. L’atleta si impegnerà liberamente in attività che reputa interessanti e piacevoli, che offrano un’opportunità di apprendimento o di acquisire una competenza. Questa dimensione è caratterizzata da un locus of control interno (far sì che le cose accadano) e gli individui considerano le loro azioni auto-determinate e volitive.

Un atleta estrinsecamente motivato nello sport partecipa perché stima i risultati associati che possono essere ricompense esterne, come il riconoscimento pubblico o la lode. Il coinvolgimento sportivo è dovuto a qualche incentivo esterno e lo sport rappresenta un mezzo per ottenere qualcosa che desiderano o evitare qualcosa di sgradito. Questa dimensione è caratterizzata da un locus of control esterno (le cose accadono).

Un atleta con assenza di motivazione vive in uno stato psicologico nel quale non ha né un senso di efficacia né un senso di controllo rispetto al conseguimento di un risultato desiderato. Può essere quindi indicazione di un’alta probabilità di abbandono sportivo, perché gli atleti non percepiscono una spinta né intrinseca né estrinseca a parteciparvi.

Se questo è riferito ad un giovane adolescente, sarà compito del bravo allenatore saper stimolare e mantenere viva la motivazione e l’auto-determinazione. Come? Attraverso una programmazione sportiva che tenga conto dei principali fattori motivazionali che emergono dagli studi effettuati su giovani atleti: l’acquisizione di status, la forma fisica e l’abilità, la squadra, i rinforzi estrinseci, gli amici e il divertimento, il piacere per l’azione e il desiderio di consumare energia e/o scaricare il nervosismo.

LE 5 ABITUDINI CHE STANNO POTENZIANDO LA MIA VITA

Sei il risultato dei condizionamenti culturali, sociali e familiari, i quali creano i tuoi schemi di pensiero che ti portano ad agire di conseguenza.

Devo dire che la mia vita è stata e tutt’ora è una ricerca continua di equilibrio psico-fisico. In fin dei conti, però, credo che questa sia una caratteristica comune a molti.
Qualche tempo fa mi sono reso conto di quanto la mia famiglia e l’ambiente intorno a me abbiano in qualche modo determinato i miei schemi di pensiero attuali, meschini e ostacolanti. Mi sono reso conto di ciò dopo svariate volte in cui mi sono trovato a perdere il focus della mia vita, gli obiettivi che mi ero posto e le strategie per raggiungerli. Mi sono reso conto di quanto, in realtà, dipendiamo molto poco dagli altri e dalle situazioni e che le nostre azioni sono conseguenza diretta dei nostri pensieri momentanei.
Spesso mi sono sentito insoddisfatto, stanco, poco appagato, perché essenzialmente avevo solamente la colpa di essere stato in qualche modo condizionato dalle persone e dagli eventi e mai, prima di allora, avevo realmente ben capito come avrei potuto impossessarmi della mia vita e padroneggiarla.
Per formare un uomo nuovo, forte, sicuro di sé, visionario, temerario, occorre lavorare duramente giorno per giorno, settimane, mesi e forse anche anni, cercando in qualche modo di creare nuovi schemi di pensiero pro-positivi. Non nego che ho avuto e avrò, come naturale che sia, alcune ricadute e altrettante soddisfazioni, perché ogni percorso che si inizia da zero ha bisogno del suo spazio e del suo tempo, di raggiungere picchi massimi e picchi minimi, per giungere a compimento.

Vi voglio svelare in questo articolo 5 abitudini giornaliere che ho intrapreso, alcune da molto tempo e altre recentissime, e che mi stanno aiutando a prendere consapevolezza di me e di chi realmente voglio essere. Ecco elencate cinque delle mie abitudini:

  1. CAMMINATA O CORSA: Fare movimento tutti i giorni per almeno 40-45 minuti mi aiuta a sprigionare adrenalina e endorfine, fondamentali per alleviare il dolore, ridurre lo stress e generare una sensazione di euforia e benessere. Una piacevole scoperta che ho fatto è che nella corsa, come nella vita, la causa principale di stop o abbandono vive solamente nella mia mente, cioè, in realtà, è il mio schema di pensiero ricorrente che mi dice di fermarmi perché sono stanco. Ma il mio fisico ha ancora tanta energia! E allora ho capito che devo auto-motivarmi con affermazioni positive ripetute dentro la mia testa (ad esempio “Luca ce la devi fare perché sei un vincente e un lottatore accanito”).
  2. CURA DELL’ALIMENTAZIONE: Non seguo diete particolari e non sono un tipo timido di fronte al cibo. Non ho scritto l’aggettivo “sana” perché essenzialmente non seguo alla lettera una sana alimentazione, ma per meglio dire curo molto di più la mia alimentazione. Bevo molta acqua durante il giorno, mangio molta più frutta, sia fresca sia secca, sono molto più attento a bilanciare carboidrati e proteine e cerco di tenermi molto lontano dai grassi (dolci e zuccheri in generale), oltre che dai cibi spazzatura.
    Non sono un culturista della materia, ma sapendo che questo regime risulta fondamentale per una buona salute corporea mi sono auto-convinto che, se rispetto quotidianamente questo schema, allora il mio corpo subirà un cambio radicale in termini di forza, elasticità e adattamento alle temperature, oltre che a trovarne giovamento sarà il metabolismo e il processo digestivo, nonché il mio umore.
  3. DOCCIA FREDDA AL MATTINO: Ebbene sì, non prendetemi per matto! Ho letto che fare una doccia fredda al mattino (magari non proprio gelida in pieno inverno!) aiuta a migliorare la circolazione sanguigna, aumenta il livello energetico, migliora l’umore e combatte lo stress e potenzia il sistema immunitario. Anche in questa buona abitudine avviene un rilascio abnorme di serotonina, l’ormone del buonumore!
    Fare una doccia fredda, magari dopo aver fatto attività fisica, mi aiuta giornalmente a iniziare una giornata con la massima energia e concentrazione.
  4. CURA DEL CORPO E DEGLI EFFETTI PERSONALI: Ho iniziato a prendermi cura del mio corpo in maniera saltuaria, non solo praticando attività fisica o curando l’alimentazione, ma proprio in termini più stretti: prendendomi cura della pelle, dei capelli, dei denti, praticando auto-massaggi e molti altri accorgimenti che fanno stare bene il mio corpo e mi donano sicurezza. Oltre all’aspetto corporeo, la mia attenzione si è spostata pian piano anche sugli effetti personali dei quali abitualmente faccio uso: la macchina, l’abbigliamento, gli occhiali da sole, il portafogli, la mia scrivania. Insomma i concetti di pulizia e di ordine sono entrati nel mio schema di pensiero aiutandomi a migliorare anche il senso di responsabilità.
  5. SEGUIRE UN MENTORE: In realtà ne seguo parecchi di mentori. Sono un appassionato di crescita personale e amo ascoltare, leggere, frequentare seminari di tutti quei personaggi che nella vita possono dire di avercela fatta: Tony Robbins, Daniele Di Benedetti, Marco Montemagno, ecc. Insomma tutta gente fondamentale a cui avvicinarsi e da cui prendere esempio. Tu sei la somma delle cinque persone più vicine a te è una frase che sento ripetutamente e significa essenzialmente che occorre iniziare a circondarsi di poche persone che siano positive, che creino in te la motivazione, che possano spingerti ad andare oltre i tuoi limiti e non, come spesso accade, a ostacolarti o a farti rimanere sempre nella tua zona comfort. Insomma anche io, nella mia vita quotidiana, sto iniziando a circondarmi di grandi esempi, e non di statuette.

EDUCARE AL GIUDIZIO E AL CARISMA

Ci dovremmo ricordare che, in fin dei conti, siamo tutti sulla stessa barca. Dovremmo ricordarci che qualsiasi persona incontriamo sta combattendo una battaglia personale e che dovremmo essere gentili con essa. Poi, chi guidi la barca io non lo so.

Formulare un giudizio di valore, un’opinione su qualcuno o qualcosa dopo attenta valutazione. GIUDICARE.

Oggi insieme a Fabio, mio collaboratore per la parte atletica nella scuola bocce, abbiamo messo i nostri ragazzi di fronte ad una situazione imbarazzante: giudicare l’operato del proprio compagno, quello risultato peggiore secondo la loro valutazione. E abbiamo invitato ognuno di loro a farlo faccia a faccia con il giudicato. È così che tutti, a tuno, son passati dall’altra parte della sponda, quella dove stanno i cosiddetti “cattivi”, e per alcuni momenti non hanno avuto il coraggio di parlare. Li ho invitati a ponderare al meglio il proprio pensiero e la conseguente scelta delle parole da comunicare l’altro. Li ho costretti.
Sì, perché nella vita saranno anche loro giudicati un giorno, ma possono sin da oggi capire che il giudizio, se dato da una persona che ci vuole bene e ci rispetta, che ci sputa in faccia la verità con tanta umanità negli occhi, è necessario. La ferita si cicatrizza e la cicatrice rimane. È una cosa che fa paura, ma è anche una cosa bella. È la vita. Ed è così che un giorno, vicino o lontano, avranno quella dote intellettuale tale da permettere loro di essere guida etica, spirituale e familiare. E magari saranno persone migliori di me, che essenzialmente è quello che mi auguro.

Capacità di esercitare, grazie a doti intellettuali o fascino personale, un forte ascendente sugli altri e di assumere la funzione di guida. CARISMA.

E STICAZZI?

C’abbiamo st’arte de pensá che gli altri ce guardino dalla testa ai piedi come se fossimo sotto ‘e luci della ribalta. Ma chi cazzo ce se nchiappetta alla fine! C’abbiamo st’idea arcaica che semo noi l’artefici del destino del mondo, che semo noi i responsabili de tutto, de tutti i mali che succedono all’altri e pe non facce manca ‘ncazzo pretendiamo de aiutalli pure quando soffrono. Ma l’altro come ce vede? Io non so perfettamente come funziona il cervello degli altri, ma sono sicuro che ognuno di noi conta inspiegabili e variegate dinamiche intime, impossibili da cogliere. Poi ce stanno le persone sensibili e quelle meno e questo fa n’enorme differenza de stile. Sto ragionamento senza na logica precisa stasera m’ha portato a fermamme. Io non riesco ancora a trová fuori quel qualcosa che se leghi alla perfezione con il mio modo d’essere. Poi penso che non posso trová qualcosa che, d’altro canto, me manca dentro. Allora quando tutti vanno veloci nel pensiero, nelle parole e nei modi de porse all’altri, io ho deciso de andá piano. E de spettá ‘na nuova alba. Male che vada me continuerò a fa ‘e pippe. Quelle mentali. Sticazzi.

LE GIORNATE, QUELLE NO!

In queste ultime due settimane mi sono spesso trovato a fare i conti, durante quei brevi istanti di “pausa cerebrale”, con la parte di me che non mi piace affatto: il voler a tutti i costi fare tutto, saperlo fare nella maniera migliore possibile, essere pienamente lucido mentalmente nel realizzarlo e non pretendere da nessuno un aiuto, anche il più piccolo.
Nonostante queste piccole riflessioni, il mio essere non si è degnato di fermarsi e ha continuato ad agire, inconsapevole delle tragiche conseguenze alle quali tutto questo processo avrebbe portato. Non è la prima volta che accade, nemmeno sarà l’ultima.
Gestire le proprie energie bio-psico-fisiche è veramente impresa ardua! Tutte le buone pratiche abitudinarie che mi ero ostinato a voler intraprendere sono andate a farsi fottere, e con loro buona parte del mio buon umore.
Molti di voi, son sicuro, si trovano a vivere spesso questa condizione esistenziale di caos, di squilibrio psico-fisico che porta necessariamente a perdere la cognizione e il vero focus vitale che sino a quel momento si è cercato di costruire.
Nel mio caso posso chiaramente affermare che trattasi di “ambizione sopra le righe”, la quale non significa propriamente il “desiderare qualcosa che va al di là delle proprie possibilità”, ma il desiderare qualcosa che in questo preciso momento (presente) non si può ottenere. Tanti impegni, tante responsabilità addosso non possono far altro che innescare un meccanismo di sopravvivenza, per cui la persona, e quindi io, non riesce a canalizzare perfettamente le proprie energie verso l’obiettivo ultimo.
Per dirlo in parole povere, esistono giornate in cui il nostro io entra in totale confusione, dove ci sentiamo potenti e intoccabili, ambiziosi e desiderosi di voler sempre di più da noi stessi. Non c’è errore più grande. Questa sorta di patologia, che io chiamo FOMO (paura di essere tagliati fuori da una situazione appetibile), porta solamente ad un isolamento del proprio Io e a ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.

Non abbiate paura di vivere giornate nere, ma abbiate il coraggio di entrare dentro voi stessi, porvi domande e cercare risposte. Non c’è nulla di male nel sentirsi fragili. Non c’è nulla di male nel chiedere aiuto. Nessuno viene al mondo senza una motivazione. Ognuno di noi può costruire il proprio domani partendo semplicemente da ciò che vive adesso. Ognuno di noi. Adesso.

COME DARE SUGGERIMENTI FUORI DAL CAMPO?

Ci sono molti allenatori che bombardano il loro atleta di suggerimenti e frasi ad effetto; altri semplicemente se ne stanno a bordo campo con le mani in mano. Poi ci sono quegli pseudo-allenatori, che si spacciano per tali, che pretendono di avere una concezione dello sport e una forma mentis tale da poter far vincere l’atleta. Bene, a parte quest’ultimo caso, sul quale potremmo aprire una parentesi circa l’importanza della formazione dirigenziale e tecnica, entrambi i primi approcci precedentemente elencati sono giusti e sbagliati allo stesso tempo.

Prima considerazione: in campo non c’è l’allenatore, ma il giocatore. L’atleta ha il diritto di giocare la sua personale partita, facendo tesoro della preparazione fisica e psicologica svolta in allenamento. L’allenatore è punto di riferimento soprattutto per le scelte tattiche, non tecniche. La tecnica si cura in allenamento, non in gara. In gara l’atleta deve avere la libertà di sbagliare e farne esperienza per il futuro. Un bravo allenatore capisce quando è il momento di intervenire, di chiamare un time-out e tranquillizzare e/o motivare il proprio atleta.

Seconda considerazione: l’aspetto emotivo da dentro e da fuori. Vi dico per certo che le emozioni che si provano dentro il campo da gioco sono ben diverse da quelle che si provano all’esterno. L’atleta vive una determinata esperienza e consegue un determinato approccio in base al momento presente e allo stato emotivo (ansia, paura, tranquillità,…), mentre l’allenatore “vede” con un altro occhio, a volte con maggior lucidità, a volte con troppa irruenza impone le sue scelte al giocatore. Un bravo allenatore osserva e dialoga con il proprio atleta circa le sue sensazioni e lo stato d’animo che ne deriva, senza imposizione alcuna.

Terza considerazione: ogni atleta gioca per vincere. Non conosco atleta che gareggi allo scopo di buttare al cesso la propria performance. Un bravo allenatore non punisce mai il suo giocatore, né lo ammonisce durante la competizione. L’ammonizione va fatta in allenamento. Anche se non sempre risulta facile, un allenatore deve tener sempre in piedi il proprio atleta, d’altro canto ci si è allenati per preparare quella determinata gara. Un bravo allenatore deve saper gestire l’atleta con la consapevolezza che questo, potenzialmente, ha in sé una gran voglia di vincere.

Per concludere, è importante ricordare che l’atleta è il protagonista della competizione. La buona riuscita della performance sportiva dipende dal grado di preparazione (allenamento) e dallo stato emotivo vissuto, il quale a sua volta dipende dall’esperienza maturata e da quanto lavoro è stato fatto in allenamento sull’aspetto psicologico. Ricordatevi sempre che, soprattutto quando l’atleta è giovane (6-12 anni), occorre avere la calma e la virtù di saper perdere, a volte anche molto, e la voglia di lavorare pedissequamente sui limiti per migliorare sempre più.

VIVERE INFORMATI

Cosa permette ad un essere umano di svegliarsi ogni mattina e affrontare una nuova giornata? Non voglio abbindolarvi con i il solito sproloquio che concerne il come raggiungere la felicità. Ho cercato di sintetizzare il mio pensiero con un’unica parola: conoscenza, o meglio amore per la conoscenza o fame di conoscenza.
Durante i primi anni di vita il bambino sente il bisogno di esplorare il mondo circostante perché possiede un’innata indole a voler conoscere e svolge questo compito mediante l’utilizzo dei cinque sensi (vista, udito, tatto, gusto e olfatto). Crescendo, poi, si dimentica di quanto sia importante progredire in tal senso e si immobilita nella sua zona di comfort. Oggi, questa tendenza a restare fermi, riguarda soprattutto i giovani. Non si ha più voglia di fare niente. D’altronde per loro il mondo è interamente racchiuso in uno smartphone, il quale permette di vivere una vita parallela a quella reale.

La conseguenza più disastrosa di tal vivere è il rifiuto netto di esplorare la novità e influenzare continuamente i propri simili, prendendo una presa di posizione che poi diventa il “pensiero di massa”. Il pregiudizio, ad esempio, molto spesso è dettato dal nulla. Un giovane dell’età contemporanea costruisce continuamente pensieri che non sono frutto di un suo ragionamento logico e di esperienze vissute, ma sono semplicemente prodotti copiati e incollati da altri. Questo processo di imitazione basato su false credenze sancisce il blocco del vero potenziale creativo della persona, ossia la capacità di discriminazione, la capacità critica, la volontà di porsi in una posizione sempre più aperta alle esperienze.

Facciamo un esempio pratico. Io sono un atleta e un istruttore dello sport più antico del mondo: le bocce. Molti di voi magari già stanno sorridendo. Le bocce sono una delle discipline più antiche praticate dall’uomo, tanto storica quanto amata da milioni di italiani.
Il primo pensiero quando si allude alle bocce è che esse si connotino più come una pratica per persone anziane. Il che può essere vero e opinabile. In realtà, la maggior parte di questi soggetti, i quali il più delle volte non hanno mai assistito alla pratica dal vivo del gioco delle bocce, esprimono un pensiero che non appartiene propriamente loro. Direi invece che queste abbiano nel tempo assunto un meccanismo di risposta automatico per “sentito dire”, ovvero hanno la forte credenza che le bocce siano uno sport per non-più-giovani perché altre persone hanno rivelato loro la stessa cosa.
Pensate a quale grave ripercussione ciò possa avere quando si tenta di promuovere la disciplina sportiva, qualunque essa sia.

La soluzione? Steve Jobs ha espressamente detto che occorre essere fortemente affamati di conoscenza per continuare ad essere follemente innamorati della vita. Occorre tornare a pensare, a ragionare, a dedurre, a stimolare attraverso i sensi e a dialogare in maniera costruttiva. La fame di conoscere può essere motivo di rinascita personale e abbattimento dei pregiudizi.